"La rinascita di Ginevra" di Jennifer Gerbi

- Autore: Jennifer Gerbi
- Titolo: La rinascita di Ginevra
- Casa editrice: BookSprint edizioni
(recensione edita nel Bimestrale "Le Muse"- Direttrice Maria Teresa Liuzzo-Vicedirettore Davide Borruto)
Sfogliare le pagine dei sogni è accorgersi di esser vivi
allora sognare è vivere cioè abbracciar l’infinito.
Sabrina Santamaria
(recensione edita nel Bimestrale "Le Muse"- Direttrice Maria Teresa Liuzzo-Vicedirettore Davide Borruto)
Il mondo interiore altrui è sempre un campo minato tracciato da una serie di labirinti contorti in cui non si trova una via d’uscita perché, in fondo, sforzarsi di giungere a una “via di scampo” è impossibile se, ormai, siamo entrati in empatia con la sensibilità che alberga nel cuore di un essere vivente; ciò accade, a maggior ragione, se ci apprestiamo a un libro, scritto per lo più da un autore che conosciamo di persona o sui social, avvertiremo sicuramente una responsabilità verso quest’ultimo, noi comprendiamo che quella persona ci sta regalando un frammento di se stesso e noi questi doni li conserviamo con cura per il loro valore inestimabile. Ho avvertito immediatamente di aver varcato una sfera “sacra” quando mi sono accostata a “L’età dell’insicurezza- L’amore supera le barriere” di Gabriella Midili, un’autrice che ha una grande determinazione e ambizione tanto è vero che mi ha esternato con vera passione la sua velleità a crescere letterariamente, ella è colei che brama pedissequamente quel salto di qualità, ovviamente col nostro talento possiamo continuare a crescere affinché ognuno di noi si evolva mediante le esperienze che sono il frutto del nostro impegno costante. Il romanzo di Gabriella Midili è, sicuramente, un flatus vocis di anime che all’unisono creano una sinfonia asincrona(per metà dell’opera) e perfettamente armoniosa alla fine della vicenda che non segue un ordine logico e cronologico infatti sono molteplici i flashback, le prolessi e le analessi nel testo; questi espedienti letterari fanno da corollario a una fatica letteraria “sudata”, “sofferta” e “satura” di emozioni.
L'età dell'insicurezza di Gabriella Midili
“L’età dell’insicurezza” è un mosaico costituito da tantissimi pezzi apparentemente scissi fra loro, però vi è un arcano, un punto cruciale in cui i lettori troveranno la chiave di lettura del romanzo. L’autrice e la voce narrante coincidono, il romanzo è anche autobiografico quindi la nostra scrittrice decide senza riserve di confidarsi con colui il quale deciderà di sfogliare le pagine del suo libro, forse solo per curiosità, la sua fiducia verso il probabile sconosciuto che la leggerà non ha confini e nemmeno barriere. Questo romanzo, fra l’altro, lo possiamo inquadrare sotto diverse chiavi interpretative e per certi aspetti mi è sembrato che si avvicinasse al genere giallo, ma in questo caso a investigare è il lettore il quale deve svelare il mistero dell’anima dell’autrice, un mistero fitto e intrigato, nemmeno la psicanalisi avrebbe trovato delle risposte razionali al suo caso, forse accettando che la sua storia è un enigma riusciamo a stabilire il fatidico patto narrativo con Gabriella Midili. L’originalità dell’opera risiede nel contatto, quasi tangibile, che la protagonista dei fatti raccontati, ha con la quarta dimensione; il suo anelito spira all’invisibile, al “paranormale” infatti si tratta di porgere l’occhio e l’orecchio a entità che non sono visibili all’occhio umano, come gli angeli custodi. Colei che narra crede nella voce interiore che la guida a compiere azioni sagge e virtuose che può essere intesa in una duplice veste o come coscienza che conferisce nuova linfa oppure come il Daimon o entità angelica che le sussurra sospiri ineffabili; è colui il quale la nostra chiama Maestro a divenire la contro-voce, quasi l’aiutante fiabesco direi o l’architrave portante delle nuove consapevolezze di Gabri(vezzeggiativo di Gabriella). Il romanzo si regge su tre pilastri ove alla base troviamo la protagonista e il Maestro e al vertice un personaggio di cui non farò menzione perché è la pietra miliare e sarebbe uno spoiler, colui sul quale si sorregge la trama introspettiva di questa storia che oltrepassa ogni confine possibile e immaginabile, chissà il mondo in cui viviamo noi forse è solo uno dei mondi possibili? Spetta a noi scoprirlo, intanto ci delizieremo leggendo “L’età dell’insicurezza” di Gabriella Midili.
Sabrina Santamaria
Sinossi:
La vita di Alessandro non è esattamente perfetta; reduce dalla fine di una relazione, impelagato in un lavoro che non gli piace e costretto a convivere con quello strampalato del suo amico Seba. Le cose cambiano all’improvviso quando una sera, in palestra, conosce Deborah. Bellissima, sicura di sé, più grande di lui, Ale non crede alle sue orecchie quando lei lo invita a uscire. Ecco come comincia una storia d’amore apparentemente meravigliosa, che pian piano, però, trascinerà Ale in una voragine di recriminazioni, tira e molla, sparizioni e dolori. Deborah gioca con la sua mente e il suo cuore fino a quando Ale non si renderà conto di essere vittima di una persona narcisista e di dover lottare per liberarsi dalla sua rete.
Un romanzo attuale, basato su una storia vera, per raccontare gli abusi psicologici nelle relazioni di coppia dall’inedito punto di vista di una vittima maschile.
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La sete di successo e la smania di notorietà trasforma le persone in terribili robot che calcolano in un costante limbo ogni embrione relazionale in cui sono coinvolti. La famosa frase di Andy Warhol: “Nel futuro ognuno sarà famoso nel mondo per quindici minuti” negli anni in cui l’artista la pronunciò sembrava inverosimile invece adesso il networker è famoso istantaneamente per essere poi dimenticato e scaraventato nell’oblio di un’ubiquità surreale e, oserei affermare, insignificante. L’ottica dell’ostentazione esistenziale basata sul possesso di oggetti alla moda portata avanti dai fashion blogger e dagli influencer entra prepotentemente nella nostra routine quotidiana tanto da sembrarci normale. Il romanzo autobiografico “Amore malato- Quando Narciso è donna” dell’autore Alessandro Diadami narra questo gap sociale che noi viviamo e patiamo passivamente; il protagonista è un giovane sensibile, riflessivo e, a volte, incompreso in una società opulenta e caotica che non riconosce i suoi sentimenti genuini. In questi ultimi decenni abbiamo anche eliso, troncato e creato uno iato con l’amore sincero, ormai il significato del verbo “amare” ha perso il suo significante in un semplice gesto come potrebbe essere, ad esempio, un bacio, un abbraccio o una carezza infatti essere una coppia nella nostra società, spesso, non collima con la dimensione personale dei singoli membri i quali brancolano nel vuoto di una ricerca nei loro loop mentali. La descrizione dei tratti psicologici di Deborah sono delineati e ben marcati, le capacità dell’autore tracciano una linea ben specifica nel rimarcare la psiche tossica di questa donna narcisista la quale narcotizza la mente e il cuore del nostro autore fino a farlo sentire disadattato, inutile e sciocco. Personaggio dai toni apparentemente splendidi nasconde una un’interiorità inviperita, mostruosa capace di possedere una bacchetta magica in grado di compiere degli occulti sortilegi nella mente del protagonista. Deborah manovra come una marionetta al teatro dei pupi ogni persona che le si presenta dinnanzi pianificando in modo diabolico ogni azione per catturare la preda nella propria ragnatela costruita ad hoc per il malcapitato di turno( emblematica la gita a Bologna che costei pianificava con ogni uomo) vedova nera e vampira che col suo veleno ammazza succhiando la linfa vitale di ogni relazione. Un uditorio mediamente sano riconosce che l’amore in quanto sentimento non svilisce la forza spirituale della persona amata bensì la rinvigorisce, l’egoismo e le offese verbali non si possono mai giustificare e annoverare come litigi in un rapporto coppia, prevaricare l’altro in modo manifesto o subdolo è un’azione ben lungi da virtù nobili. Il titolo “Amore malato-Quando Narciso è donna” è una figura retorica al confine fra la metafora, la personificazione, climax e ossimoro, giusto per non intitolare l’opera “Psiche malata” oppure “Ossessione compulsiva” perché, in realtà, quello che vorrebbe farci comprendere Alessandro Diadami è semplice, chiaro e lineare per cui l’amore ossessivo è una distorsione cognitiva, chi ama non ostenta e nemmeno recita una parte in un set senza usare in modo utilitaristico la persona amata. In fondo nella nostra vita tutti ci siamo relazionati con una persona affetta da narcisismo patologico senza rendercene conto infatti gli studiosi da qualche anno si sono concentrati su questo disturbo distonico di personalità però come l’autore certi percorsi nella nostra vita ci aiutano a crescere e risorgere dalle nostre ceneri e a considerare ogni relazione un’opportunità, ogni esperienza può lasciarci un segno o una cicatrice, ma quel tratto indelebile e distintivo di noi stessi ci farà trarre positività e una ragione per rinascere.
Sabrina Santamaria
"Non dirmi che ho amato il vento!"(A.G.A.R Editrice, 2021) di Maria Teresa Liuzzo
Accingersi a comporre i cocci o i frammenti del puzzle della propria vita non è per nulla un’elucubrazione fine a se stessa o un’attività letteraria rilassante anzi raccontare la propria esistenza scrivendo un romanzo autobiografico è intellettualmente impegnativo soprattutto quando si tratta di trasporre nero su bianco dei ricordi particolarmente drammatici e dolorosi. L’autrice Maria Teresa Liuzzo mostra una spiccata dote sublimando la cattiveria e i torti subiti da Mary e narrati nel suo nuovo romanzo “Non dirmi che ho amato il vento!”(A.G.A.R Editrice), infatti, dopo il successo di “E…adesso parlo!”(opera letteraria letta in tutto il mondo) questo secondo romanzo autobiografico lascia un solco ancora più profondo nei cuori dei lettori per ovvie ragioni, intanto perché prosa e poesia coesistono magicamente e poi la sensibilità di Mary non può non far commuovere perfino la persona più razionale che esista. Il ritmo narrativo della nostra autrice scandisce dolcemente una musicalità di fondo che crea una certa suspense nell’immaginario del lettore affinché egli non si svilisca di fronte alla becera meschinità della famiglia di Mary, soprattutto la madre è artefice dei patimenti a danno della protagonista. Il flagello della piccola Mary non si ferma e continua aumentando di intensità pure quando ella è divenuta ormai adulta e mamma. L’omicidio che la protagonista subisce è nell’anima sempre più martorizzata e mortificata, quest’ultima mostra i tratti di una martire in un contesto familiare oscuro, animalesco, oserei dire cannibalesco, nel senso metaforico di divorare la carne e il sangue dell’animo pio che subisce queste cruente crudeltà che man mano vengono fuori esalando quella puzza di putrido veleno. La nostra scrittrice si eleva e riesce a volare tanto è vero che non le mancheranno i successi letterari e le amicizie che le renderanno il cuore gaio; le sue migliori amiche Delma e Laura saranno un unguento e un balsamo per curare le cancrene che imputridiscono, suo malgrado, la sua essenza vitale, nonostante tutto ella non si scoraggia mai e rigenera nuova linfa dalle sue membra stanche. Le descrizioni paesaggistiche a volte sono limpide e chiare, come il mare e i pomeriggi soleggiati, a volte sono bucoliche e gotiche( vedi il biancospino e il cipresso); in ogni caso le sequenze descrittive tessono un ordito smerlato nel tessuto narrativo che potrebbe sembrarci, sulle prime, un boccone amaro da digerire o un pugno nello stomaco, ma la forza rigeneratrice della parola elevata a “potente signora”(in questi termini si esprimeva il filosofo Gorgia nell’“Encomio di Elena”) trasporta la visione del lettore nel mondo di Mary senza che questi se ne accorga. Maria Teresa Liuzzo entra in punta di piedi nei nostri meandri interiori, il suo stile è poetico, ma sembra districarsi nel filo conduttore di una sceneggiatura e, non è soltanto romanzesco o romanzato. L’innocenza della nostra Mary supera ogni barriera o confine umano, la sua ingenuità e bontà sono il marchio simbolico della purezza di un essere che non si rassegna di fronte alla gretta malvagità umana. Il titolo “Non dirmi che ho amato il vento!” nasconde metaforici significati e la ricerca incommensurata e inappagata del bene che si traduce in uno sconfinato amore per la moralità potrebbe rappresentare una delle tante allusioni di Maria Teresa Liuzzo inoltre l’evoluzione della storia d’amore con Raf, suo Daimon, non la svelo perché è uno spoiler compresa, anche, la cabala ebraica sulla quale già diversi studiosi stanno elaborando varie disquisizioni filosofiche. Questa seconda opera romanzata di Maria Teresa Liuzzo detiene un’energia e una forza che ognuno di noi dovrebbe riscoprire affinché nessuno venga risucchiato dal vortice violento dell’istinto umano che inselvatichisce l’uomo fino a renderlo capace di compiere atrocità.
Recensione edita dal Bimestrale "Le Muse"( Direttrice Maria Teresa Liuzzo, Vicedirettore Davide Borruto)
SINOSSI:
A tredici anni Alessio non sopporta nessuno. Né i suoi compagni, sempre pronti a sparlargli alle spalle, né suo padre, da cui si è allontanato dopo la morte della moglie. Ma soprattutto odia se stesso. Colpa del suo tallone d'Achille, una malformazione fisica che lo costringe a camminare zoppicando, attirando risatine e commenti, che alimentano la rabbia che si porta dentro. Un giorno, la fiamma dell'ira esplode, costringendo il padre a inviarlo a un campo estivo, sperando di favorire così la sua socialità. Ma al Campeggio Sorriso Alessio non imparerà solo regole e disciplina. Tra sortite notturne, giochi a Palla Mortale e misteri sotterranei, conoscerà il valore dell'amicizia e l'importanza di vivere ogni giorno a pieno.
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