Sabrina Santamaria

 

Sfogliare le pagine dei sogni è accorgersi di esser vivi
allora sognare è vivere cioè abbracciar l’infinito.

Immergermi fra le onde sinuose della letteratura mi porta all’apice sublime del mio sentire. Dare spazio agli autori attraverso i miei articoli mi conduce a scrutare orizzonti ove il banale occhio umano delinea solo confini. I libri aprono le porte alle particelle invisibili della fantasia e della creatività…

Sabrina Santamaria

"L'ECCIDIO DELLA COLONNA GAMUCCI- Storia dei Carabinieri Reali in Albania comandati dal Colonnello Giulio GAMUCCI" di Antonio Magagnino

Autore: Antonio Magagnino
Titolo: L'ECCIDIO DELLA COLONNA GAMUCCI- Storia dei carabinieri reali in Albania comandati dal Col. Giulio Gamucci
Casa editrice: HERALD EDITORE

Carissimi lettori,

Vi consiglio la lettura di questo libro in quanto le tematiche trattate fanno emergere fenomeni storici raccapriccianti. Certe verità potrebbero apparirci dure e drammatiche, ma è un diritto e dovere civico prenderne coscienza e serbarne  memoria storica  dentro di noi perché siamo esseri umani e in quanto tali l'esercizio del pensiero critico è una nostra Life Skill.

Sabrina Santamaria

 

Sinossi:

“Sparate subito e mirate al petto”. Fu questa la frase con la quale il colonnello fiorentino Giulio Gamucci, comandante della Legione dei Carabinieri di Tirana, affrontò la morte in Albania nel 1943. Una raffica di mitra fu la risposta. Ben 111 Carabinieri caddero uccisi barbaramente dai partigiani comunisti albanesi comandati dal criminale Xhelal Staravecka.
Questo libro intende portare alla luce i fatti di quello che, dopo Cefalonia, gli storici definiscono il più crudele “omicidio” perpetrato contro militari italiani e sui quali si è taciuto per troppi lunghi anni, rendendo onore a coloro che hanno dato la vita per la Patria.

Autore

Antonio Magagnino

Antonio Magagnino, di Mario e Antonietta Geranio, da tutti conosciuto come Tony, è nato il 6 novembre del 1962 a Matino, un grazioso paesino dell’entroterra Salentina in provincia di Lecce. Vive a Viterbo.
Per ventisei anni ha servito con grande amore e fedeltà l’Arma dei Carabinieri tra Roma e Viterbo, per la maggior parte nel ruolo Ispettori; venti dei quali trascorsi in Reparti Operativi.
Grande appassionato di equitazione, paracadutismo e soprattutto di Storia Contemporanea, come ricercatore ha fortemente voluto indagare e scrivere la vera storia sull’eccidio della colonna dei Carabinieri Reali in Albania comandata dal Colonnello Giulio Gamucci, pur trovandosi nel momento più difficile della propria vita tra ferite vitae e lutti famigliari, tanto che aveva deciso di abbandonare le ricerche.
Come studioso ha offerto collaborazione all’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea per la ricerca e la stesura del libro “La persecuzione degli Ebrei nella Provincia di Grosseto nel 1943-44” edito nel 1996.
Inoltre ha collaborato con il Prof. Maida dell’Università di Torino, per la mappatura degli eccidi da parte di Reparti Italo-Nazisti nelle Regioni Toscana-Piemonte. Per ultimo ha ricevuto una lettera di apprezzamento da parte del “Yad Vaschem” di
Gerusalemme (il più grande Museo dell’Olocausto) per la collaborazione nella fornitura di documentazione in un libro sulla deportazione degli Ebrei dal Lazio autore il Rabbino Capo Michael Tagliacozzo.

Link di acquisto:

http://www.heraldeditore.it/Libro-L-eccidio-della-colonna-Gamucci.html

"...I am talking now!" di Maria Teresa Liuzzo

Maria Teresa Liuzzo

 

"...E ADESSO PARLO!"( A.G.A.R EDITRICE) DI MARIA TERESA LIUZZO

L'eccellenza è stata premiata

 Il capolavoro "...E adesso parlo!" della Dott.essa Maria Teresa Liuzzo ha appassionato  i lettori di tutto il mondo ed è stato  tradotto e pubblicato in lingua inglese. 

La traduzione è stata curata dalla Professoressa Sara Russell, figlia dell'illustre Peter Russell, e dalla Professoressa Giulia Calfapietro.
 
 A quasi un anno dalla mia recensione che in questa sede ho l'onore di riportare, sono lieta di segnalarvi la tanto attesa traduzione di "...E adesso parlo!" in "...I'm talking now!" della nostra Direttrice la quale da anni lavora con dedizione, passione e abnegazione per proporre la cultura internazionale attraverso il Bimestrale Le Muse-Rivista Internazionale che promuove l'arte a tutto tondo. 
"...I am talking now!" di Maria Teresa Liuzzo
 
RECENSIONE:
Il sangue di Caino grida rabbia e furore in un’ecatombe  macchiata da un’eutanasia tritata che si mostra all’anima  innocente  di Mary e quest’ultima viene portata al mattatoio come carne da macello. Il corpo di bimba legato al muro con le spalle verso la luce(simile al “mito della caverna” di Platone) è barcamenato fra i gioghi familiari che pesano tonnellate di sadismo e di gratuito cinismo. Spirano  fra i sussurri delle pagine i singhiozzi soffocati della pargoletta Mary, la candida martire del romanzo “…E adesso parlo!”. I dolori fisici e morali della nostra protagonista trasmettono al lettore  un imperativo e un assertivo pathos infatti nel momento in cui ci accostiamo al romanzo di Maria Teresa Liuzzo sentiamo un dovere morale che si concretizza nella completa presa di coscienza delle gravi condizioni sociali e familiari di Mary. I capitoli dell’opera fungono da monito perentorio a difendere ad ogni costo la verità anche quando questa si palesa come rude da accettare. Il padre di Mary, uomo spietato e senza scrupoli, mortifica con ogni tipo di violenza la nostra protagonista la quale custodisce come stigmate le  sanguinanti cicatrici nel suo corpo e nel suo cuore; la madre, senza pietà e senza ripensamenti, svilisce la piccola al patibolo come vittima sacrificale di un reo antefatto di cui il nostro angelo non ha colpe, infatti Mary è reificata e ridotta fra i ranghi di un banale oggetto fra gli oggetti come se non avesse emozioni e sentimenti, primogenita di una famiglia numerosa sarà costretta(anche a schiaffi, pugni e vergate) a badare alla pulizia della casa e ai suoi fratellini neonati tanto è vero che  l’idea secondo la quale una bimba di cinque anni possa fare il bagnetto a un neonato è semplicemente orribile e inaccettabile. A questo contesto cataclismatico si aggiungono l’insensibilità dei nonni paterni e la perversione sessuale di uno degli zii paterni che ha palpato il corpo di Mary quando aveva nove anni e di Fiamma(sorella della nostra protagonista) quando ne aveva sette, tuttavia una cappa di omertà ottunde non solo la famiglia della nostra protagonista, ma anche quasi tutti gli abitanti del paesino dell’Italia meridionale dove è ambientata la vicenda. Quasi ogni personaggio della storia è lontano anni luce dai gridi, a volte muti a volte assordanti,  della nostra Mary benché quest’ultima sia un essere innocente e senza macchia nessuno difende la sua causa lasciandola sola e spoglia di speranza; ella appare condannata a  indossare il saio della mestizia per espiare inganni altrui. Maria Teresa Liuzzo tesse la trama di  un palcoscenico dell’assurdo in cui i diritti dell’infanzia e delle donne sembrano non aver ragione di esistere, sulla stessa stregua di  un inutile orpello che impedisce  all’economia di quel lager,  del quale tutti fingevano di non esserne a conoscenza per i propri torna conti personali. Combattere contro il mostro-padre( assecondato dalla madre) diviene per la nostra Mary la croce gigantesca che lei porta alle spalle verso un sentiero di immotivata redenzione giacché l’unica sua  responsabilità è quella, purtroppo, di essere venuta al mondo. Le vergate del padre sono come dardi infuocati nel corpicino della pargoletta la quale, spesso, abdica a se stessa per proteggere  i suoi fratellini e le sue sorelline, fra l’altro sacrificio, alla fine della vicenda, non ricambiato da costoro che continuano a percepire la nostra protagonista come un’intrusa davanti alla quale recitare nel teatro delle “pupare”(marionette)  nei momenti dei bisogni economici ai fini di sfruttarla al proprio tornaconto; la sorella Fiamma si rivelerà una delle più perfide e invidiose sprovvista di qualsivoglia ombra di misericordia verso la sorella maggiore. Come si può amare in queste fiamme che inaridiscono e corrodono fino al midollo la vita di Mary? Come non  resistere alla tentazione di non restituire il male al proprio male? In questo secco limbo dove possiamo scrutare la parvenza del bene? Qual è la fonte in cui Mary nutre e abbevera la sua esistenza disidrata e arsa al gelo dell’infamia? La nostra protagonista fa germogliare dentro di sé  la fede in Dio come un fiore di loto che è  nato nella melma, nel fango e nel lerciume morale, infatti il coraggio che le dà linfa vitale è animato dal sacrificio di Cristo che si è sacrificato per i peccati dell’intera umanità, sulle orme tracciate da Gesù(il rabbì-maestro) Mary fortifica i suoi meandri stracciati nella sua mansuetudine umiliata identificandosi nel redento  travaglio patito dal Figliol di Dio ella abbraccia, con innegabile sofferenza, il suo martirio; gli unici amori che la consolano sono il Signore e Raf(il Daimon), quest’ultimo un angelo custode, un amico immaginario, un cherubino dai capelli biondi che le scalda il cuore, questi è anche metafora dell’arte e della poesia che si materializza nelle lettere della nostra; proprio dell’oscurità dell’oblio in cui è emarginata dal mondo(durante il sequestro di persona a sedici anni) Raf la prende per mano e le mostra un regno sublime, alto, un cielo  oltre il cementificato muro che la  segrega nell’afflizione di ogni forma di sopraffazione.   Solo grazie ai prati verdeggianti e alle cascate di acqua limpida che il Daimon   mostra a Mary che quest’ultima si innamora del suo esistere come essere innestato al ramo della purezza  nella sua vita activa harendtiana. Davanti al volto dell’altro, quell’altro che martirizza e sminuisce Mary sa bene che grava dentro di sé il peso della sua responsabilità, da questo punto di vista la sua condizione è in sintonia con l’agire ebraico del filosofo Lèvinas, il quale non trova alcuna giustificazione all’Io egoistico dell’uomo a prescindere dal pessimo agire  umano; alle volte l’altruismo di Mary verso i suoi familiari appare ingiustificato, ma solo alla luce di questa interpretazione giudaico-cristiana  la mitezza della nostra trova la sua ovvia collocazione. “…E adesso parlo!” di Maria Teresa Liuzzo è un impegno letterario di grande spessore che veicola la grande lezione del perdono, ciò non significa insabbiare  i torti subiti, perché il perdono della nostra autrice è inteso come insegnamento cristiano e ricoeuriano  poiché nel bagaglio della memoria ogni essere umano ha il diritto e il dovere di  denunciare le ingiustizie umane per evitare  i supplizi inflitti ad anime innocenti  quindi nell’onesto riconoscimento  della bassezza morale del peccato commesso(corrispondente alla verità oggettiva dei fatti) e alla rielaborazione   dello stesso, al pari di un’ azione ascetica dell’estasi mistica; l’oblio come tabula rasa non innalza l’uomo all’Essere supremo.  Alberga in tutto il romanzo la ricerca socratica dell’aletheìa(dal greco=verità) e da questa incessante maturazione dei segreti  nascosti ognuno di noi può pur  percorrere la valle di Baca provando, nonostante tutto, una pace spirituale profonda. Dulcis in fundo la nostra protagonista risorge dalle sue stesse ceneri perché il riscatto invocato non tarda a materializzarsi difatti allo stesso modi di un crisalide che si trasforma in farfalla adora svolazzare nelle aurore plumbee della sua amata poesia. Alcuni spiragli luminosi si affacciano nell’oscura prigione? Forse sì, perché la chiave interpretativa del lieto fine dipende dallo sguardo critico di ogni lettore che sarà inorridito da questa macabra storia, provando, però, stima e compassione per l’indomabile protagonista la quale alla fine trionferà annegando ogni malvagità nel battesimo dell’amore oltre ogni logico confine.

Sabrina Santamaria

 
 

IL VIRUS DELLE VERITÀ di Antonio G. D'Errico

Autore: Antonio G. D'Errico
Titolo: IL VIRUS DELLE VERITÀ
Casa editrice: SANTELLI EDITORE

ANTONIO G. D’ERRICO

Biologo e scrittore. Ha conseguito la laurea presso l’Università Statale di Milano. Ha svolto attività di ricerca 

e si è interessato di immunoistochimica presso il laboratorio di Anatomia patologica dell’ospedale di Rho. Successivamente si è dedicato 
all’insegnamento, attualmente insegna scienze naturali presso il Liceo Classico Carducci di Milano. 
Candidato al Premio Nobel per la Letteratura, ha vinto per due volte il Premio Grinzane Pavese, nel 1998 e nel 2000. Ha scritto nume- rosi testi di argomento musicale. Nel 2011 pubblica per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte, scritta insieme al 
cantautore milanese e, nel 2015, esce presso Mondadori con la biografia di Pino Daniele.
Antonio G. D'Errico
Antonio G. D'Errico con Eugenio Finardi

Un "Saggio" per riflettere...

Il nostro Antonio G. D'Errico è un autore eclettico. Fra le sue pubblicazioni sono lieta di segnalarvi il suo nuovo saggio "Il virus delle verità". Sarà acquistabile a partire dal 5 novembre, fra l'altro è già preordinabile nel sito www.santellionline.it.  Attendo intrepidante di leggerlo insieme ai lettori e altri bloggers. Sarà, sicuramente, un saggio scritto mediante delle fonti attendibili ed elaborato con onestà intellettuale, non sarà scevro da una certa analiticità di fondo, tipico di questo genere letterario.

Un'opera che ci invita a riflettere e a ragionare con cognizione di causa a prescindere da ogni forma di catastrofismo e allarmismo che creano il panico generale nell'immaginario collettivo. Lo leggeremo con molto interesse affinché diventiamo tutti più responsabili e consapevoli di questo fenomeno che ha stravolto la vita all'umanità intera. 

Sabrina Santamaria

IL VIRUS DELLE VERITÀ di Antonio G. D'Errico

SINOSSI:

 Il libro affronta tutte le problematiche che hanno segnato l’esplosione della pandemia da covid 19, che ha colto di sorpresa il nostro sistema sanitario, riuscendo a conquistare un'attenzione mediatica senza precedenti.Testimonianze come quella del Prof. Luciano Gattinoni, di fama internazionale, e dell'infettivolo-go Fabrizio Ernesto Pregliasco, Direttore sanitario dell'Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, ci aiutano a comprendere la struttura e le caratteristiche di questo virus prima sconosciuto. Vengono quindi ascoltati i Cobas della Sanità della Lombardia, che ci hanno dettagliato le motivazioni del loro esposto presentato in procura, anche attraverso le parole di Vincenzo Barbarisi, autore dell'esposto. C’è quindi la testimonianza del dottor Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei Medici di Como e della Federazione Regionale degli Ordini della Lombardia, che ha vissuto personalmente il dramma del contagio. Infine c’è la testimonianza del professor Paolo Antonio Ascierto, che ha ipotizzato e proposto per primo una terapia da covid 19 attraverso il tocilizumab.Emergono così spunti critici e assunti scientifici, in un libro che apre la vista su aspetti inediti di una pandemia che ha richiesto un cambiamento consapevole dei comportamenti di massa in ambito di igiene e prevenzione sanitaria.

 
 

"In direzione ostinata e contraria- L'altra faccia di Scampia" di Davide Cerullo

Ho riflettuto parecchio sull’ostentato disagio socio-culturale di Scampia e mi sovvenivano la valle delle “ossa secche” di Ezechiele e la resurrezione di Lazzaro, le ossa divennero un esercito con corpo e anima e Lazzaro dopo giorni dalla sua morte uscì dal suo sepolcro quindi l’impossibile non  si impadronisce di una sorte che ci sembra  beffarda.

Nessuno di noi sceglie il luogo dove nascere e crescere. Sappiamo che le vicende della nostra vita si forgiano in base alle esperienze che hanno formato il nostro carattere. A volte immaginiamo modelli di infanzia impeccabili, un po’ al pari di “David Copperfield” di Charles Dickens, invece, la realtà quasi sempre si discosta da certi paradigmi che imperano nella nostra mente. Testimone verace è Davide Cerullo il quale può raccontare la sua infanzia e la sua adolescenza a dir poco idilliache,  un autore da stimare e apprezzare, non solo per il suo stile narrativo, ma, anche per la sua storia che meriterebbe una produzione cinematografica dedicata interamente alla sua forza di riscatto e al suo coraggio, sicuramente Cerullo è un uomo pregevole,un  grande esempio per i ragazzi di oggi infatti egli è la dimostrazione empirica di un cambiamento; cresciuto fra le strade di Scampia a Napoli, fin da piccolo è stato adottato dalle cosche mafiose del quartiere. Davide ha conosciuto un mondo spietato dove  i soldi erano l’unico dio da venerare, poco importava se per possederli bisognava esercitare violenza su violenza, cattiveria su cattiveria, tuttavia pur immergendosi in quel lerciume riesce a emergere e a rinnegare quella sporcizia nel momento in cui il dono preponderante della parola umana e divina  ha attraversato ogni meandro più oscuro della sua mente e del suo cuore. Oggi Davide Cerullo è un  grande scrittore e ha fondato un’associazione “L’albero delle storie” proprio a Scampia per aiutare i giovani a crescere nel modo più sano e equilibrato possibile, mi è capitato di osservare diverse foto dei bambini che giocano con gli animali, le attività di lettura e scrittura creativa che il nostro autore svolge sono davvero encomiabili. Il nuovo libro “In direzione ostinata e contraria- L’altra faccia di Scampia”  riassume gli snodi salienti degli sforzi di Davide Cerullo uniti, fra l’altro, alle sue poesie e riflessioni che compungono fortemente l’animo umano; l’intento del nostro poeta e scrittore è quello di costruire ponti invisibili sorretti dalle fondamenta della lealtà, genuinità, cultura e riflessioni di ampio respiro.
Le Vele
Le Vele
 
Questa pubblicazione è impreziosita da frasi e aforismi di autori che sono ricordati perché le loro opere sono dei  classici della letteratura, Cerullo si definisce un “operaio della parola” e non un maestro, però, a mio parere, la letteratura, come sangue nelle vene, lo attraversa e non lascia scoperto nemmeno un brandello del suo corpo. Il titolo “In direzione ostinata e contraria- L’altra faccia di Scampia” sta a sottolineare che esiste una Scampia diversa da quella che ci rappresentano i social e da quella  che noi immaginiamo, infatti chi non vive in un luogo non ha la reale percezione dello stesso fin quando non fa esperienza sul campo; i social ci mostrano solo una faccia dei quartieri di Napoli  assimilandoli velatamente a periferie “malfamate”, "degradate e degradanti" e i residenti  sono descritti in modo tale da farceli pensare “reietti”, “emarginati” e “dannati”  martiri di  un destino che ha scelto per loro invece l’autore ci mostra un’altra “faccia” di Scampia quella che i perbenisti tendono ad adombrare tanto è vero che alle Vele abitano, pure,  persone oneste, operai che non hanno risorse economiche, ma vorrebbero che i loro figli studiassero, quindi esiste una parte di Scampia laboriosa, pronta a crescere culturalmente e l’azione di Cerullo è volta a mettere in risalto questo aspetto per dar voce a tutti coloro i quali vertono in questa dimensione contraria, le Vele non sono mafia, morte e distruzione, c’è una parcentuale della popolazione che prosegue una direzione opposta, e il poeta fornisce degli ottimi incentivi giacché per questa ragione è stato anche definito da qualcuno un “mago”. Le sue riflessioni(racchiuse nel libro) hanno un impatto sociale di rilievo in quanto mettono in luce i meccanismi contorti di alcune menti politiche “ben pensanti” e ipocritamente “garantiste”, condividendo gli ideali della lotta non violenta svela l’assurdità di  un provvedimento politico che vorrebbe abbattere le Vele, come se con la rimozione  del “problema visibile” svanisse, di colpo,  lo svantaggio socio-culturale, purtroppo, ancora presente a Scampia, invece la migliore arma è la cultura, ovvero la crescita intellettuale di una determinata area geo-politica, il vero obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere  la mobilità delle classi sociali. In alcune pagine del testo Davide Cerullo si smaterializza e prende sostanza l’humus delle Vele, man mano che mi inoltravo nella lettura, capitolo dopo capitolo, mi sembrava di respirare l’energia dell’autore il quale per alcuni attimi chiude gli occhi materiali del lettore e  gli permette di scrutare l’orizzonte accompagnato dall’animo della speranza proprio per questo motivo chi descrive Scampia non deve mai restituire uno specchio  che riflette la violenza, rappresentare  e narrare la crudeltà sarà sempre un boomerang poiché  trasmettere un certo stereotipo di alcuni quartieri genera cancrena nell’immaginario collettivo, ragion per cui la serie TV “Gomorra” è diseducativa e non fa germogliare i semi sparsi da alcune persone, come Davide, i quali stanno seminando con lacrime insegnano  ai giovani valori e contenuti sani, dunque riprodurre certi orrori non è socialmente  propedeutico, bensì deleterio perché suggerisce ancor di più l’idea aberrante secondo la quale è convenevole l’esistenza degli “esclusi”  vittime della violenza e carenti degli strumenti della conoscenza, forse, in fondo, tutto questo serve a mantenere lo status quo? E se il pratico inerte venisse smontato dalle sue radici probabilmente davvero tutti potrebbero avere uguali opportunità?  D’altronde Don Milani lo diede a intendere che le istituzioni fanno “parti uguali” fra diseguali.  Il “ruolo della vittima privilegiata” è un’altra malattia del nostro secolo e il nuovo saggio di Cerullo senza trucchi e inganni svela questi falsi miti; possiamo emanciparci da certe condizioni, nulla è immutabile, non esistono nettamente il carnefice colpevole da trucidare e la vittima da salvare, al di là di queste polarizzazioni dovremmo imparare a considerare l’essere umano come creatura, facente parte di un microcosmo e macrocosmo, entità agente, atta a evolversi e a plasmare l’ambiente circostante.  Davide Cerullo è l’archetipo dell’agire intellettualmente scevro dagli obsoleti residui di una carcassa risorta. 
Sabrina Santamaria
Davide Cerullo
Davide Cerullo
 
 
 

L'esercizio della satira attraverso la metrica della filastrocca

(Filastrocche a cura di Maria Teresa Liuzzo edite nella Rivista Internazionale Le Muse- Direttrice Maria Teresa Liuzzo- Vicedirettore Davide Borruto)

L'ispirazione dettata da una musa ironica: l'arguta penna di Maria Teresa Liuzzo

Esprimersi in versi introduce il mondo dei lettori fra le rime di una musicalità intensa; spesso, alcuni generi letterari calzano a pennello per esprimere determinati concetti e stati d'animo tanto è vero che le filastrocche si sposano  con l'ironia e la satira. La filastrocca, per via del suo stile canzonatorio, esprime in modo eccellente le contraddizioni dell'essere umano vittima dei suoi vizi e delle sue debolezze, in molte circostanze, noi  uomini, ci  ergiamo al di sopra dei nostri simili. La nostra Maria Teresa Liuzzo, in modo esilarante, con un'iniezione di umorismo mette in luce la finitudine dell'uomo il quale, inconsapevolmente si innalza e si inorgoglisce, è vittima di odio, gelosia e invidie perdendosi in un'immotivata cattiveria che lo rende perfino grottesco osservato con una razionale lente di ingrandimento . L'autrice con arguzia svela questi malsani meccanismi sociali che non fanno altro che far inceppare il cervello umano in contorti grovigli, difficili da districare, quindi tante volte inciampiamo e siamo preda di una carneficina che infliggiamo a noi stessi perché, in fondo, la malizia umana è  il peggior carnefice divoratore, e l'Io dell'uomo è il primo avversario in assoluto, che in taluni casi diviene ipertrofico, quindi dovremmo forse arrenderci alla morsa di queste serrate trappole mentali? Resteremo sempre sotto scacco di un "genio malvagio" che ci induce a tentazione?

Sabrina Santamaria

 

Il superuomo satirico-grottesco: "Dio è in mutua. Posso aiutarti?" di Domenico Garofalo

Nella società post-moderna le certezze che imperavano nel periodo della modernità si sono sfaldate. I nostri valori si sbriciolano e non resta niente di più di  lontani ricordi nei tempi passati quando da bambini recitavamo la preghiera a scuola e i crocifissi in aula costituivano parte integrante e imprescindibile  dello scenario scolastico italiano(a differenza di questi ultimi anni in cui si discuteva di “togliere i crocifissi dalle aule”).

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La prosa sensuale in "La fermata dell'autobus e altri racconti" di Fabio Adso Da Melk

(a cura di Sabrina Santamaria)

La narrazione è un filtro che si impregna di contenuti che la nostra società, spesso, veicola; lo scrittore e l’artista esprimono con veemenza i disagi socio-culturali e in molti casi, nel corso dei secoli, l’artista “maledetto” o fuori dagli schemi veniva tacciato di immoralità o di follia, ne abbiamo chiari esempi nella storia: Caravaggio, Torquato Tasso, Hölderlin, Vincent Van Gogh, Wilde, Pasolini e tanti altri autori i quali, tutt’oggi, gli studenti approfondiscono le loro opere. Nella letteratura contemporanea, anche inconsciamente, noi lettori tracciamo una linea di demarcazione fra ciò che, a nostro parere, potrebbe essere definita cultura alta e cultura bassa come se alcune tematiche o argomenti avessero una priorità rispetto ad altri, ma forse questo è un errore? Nel fare questa considerazione probabilmente scadiamo in un giudizi di valore?

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La saggistica soave: "Amore e morte nel melodramma dell'800" di Martina Ferrarini

6Mettimi come sigillo sul tuo cuore, 

come sigillo sul tuo braccio; 

perché forte come la morte è l’amore,

tenace come il regno dei morti è la passione:

le sue vampe sono vampe di fuoco,

una fiamma divina!

7Le grandi acque non possono spegnere l’amore

né i fiumi travolgerlo.

Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa

in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.  Cit tratta da Canticodeicantici, cap 8,6-7

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"Bianco antico"(Aletti editore) di Francesca d'Errico

Autore: Francesca d'Errico
Titolo: Bianco antico
Casa editrice: Aletti Editore

(Recensione edita nel Bimestrale "Le Muse"-Ottobre 2020: Direttrice Maria Teresa Liuzzo, Vicedirettore Davide Borruto)

“Bianco antico”(Aletti Editore) di Francesca d’Errico

(a cura di Sabrina Santamaria)
Assaporare il retrogusto antico e antichizzato di un mare pescoso di ricordi ci fa percepire un po’ di sana nostalgia congiunta all’amore spassionato per gli anni trascorsi ove l’information over load non esisteva e ogni utente traeva la propria conoscenza dalla carta stampata, il web ancora era solo rudimentale; essere ricondotti da una raccolta poetica in questo mantra del “chiare freschi e dolci acque” è maggiormente coinvolgente e rilassante, “Bianco antico” evoca delicatamente questa rivalorizzazione di un’epoca che le nuove generazioni potrebbero etichettarla  obsoleta, superata o poco all’avanguardia. L’autrice Francesca d’Errico vuol far riscoprire ai lettori la genuinità del secolo scorso, io oserei asserire, ci rimembra la purezza di un tempo trascorso. Le poesie racchiuse in questa silloge trasmettono quiete, un senso di pace e, soprattutto di armonia con il tempo, negli anni del secolo scorso, scandito da una linea cronologica con un andamento lineare e distensivo caratterizzato dai punti di forza dell’epoca moderna e non postmoderna, come quella di oggi, che ci infligge standard di vita elevati e alla perenne incertezza esistenziale, economica e sentimentale infatti lo studioso Bauman, per primo, ha coniato la dicotomia fra mondo moderno caratterizzato dalla solidità e il mondo postmoderno di per sé liquido e incerto; la nostra poetessa, seppur velatamente, smaschera questo senso di precarietà divenuta, inconsapevolmente, una  zavorra per l’uomo del secondo millennio. Questa raccolta poetica è breve di brossura, ma è profondamente ricca di contenuti e significati, fra l’altro Francesca d’Errico, con il suo animo da poetessa, si avvale di figure retoriche come l’iperbole e la metafora: “Svolto ed imbocco una magica sintassi fra sentieri di pietrisco. Accarezzo l’aria con illogica andatura delle gote in fiamme. Incustodita commozione di anonimo ristoro emancipato dall’inchiostro.”( Magica sintassi, pag 11). Oltre a ripercorrere i sentieri antichi, la nostra scrittrice scandaglia l’habitus nei meandri più oscuri della sua mente e non cela bensì, a volte, mette a nudo il suo stato d’animo, che a volte sembra un mare agitato a volte, invece, un oceano limpido in cui ci si può tuffare, basta avere un pizzico di fiducia nella recondita umanità che risiede in “Bianco antico”.  Ogni sensazione di Francesca d’Errico  è  confrontata con  paesaggi eterogenei e componenti di essi tanto è vero che in questa opera letteraria si annoverano titoli poetici “Coppa di marea”, “Rivoli d’acqua”, “Selvatiche fogge”, “Valle di genziane”, “Conchiglie”, “La scogliera”, “La medusa” e “La ginestra”.  Nel libro traspare l’idea della limpidezza, della chiarezza anche perché l’autrice è genuina nelle sue espressioni, la sincerità alberga nei versi poetici di colei che non  si nasconde dietro falsi schemi eruditi che comprimono e ghettizzano la poesia stessa, questa  è  un’altra ragione del titolo “Bianco antico”, il bianco è il colore della chiarezza e della luminosità quindi l’autrice scuote la polvere depositata nello scrigno dei suoi ricordi e decide di farli luccicare e brillare in una silloge dai toni soavi e sublimi. La cupidigia dei tempi attuali non ha divorato le pietre preziose dell’antichità(ricordi, stati d’animo, sensazioni, emozioni)  che, come un tesoro, sono state ritrovate dopo decenni; senza memoria non possiamo vivere il nostro presente e nemmeno proiettare il nostro futuro dunque il passato è un patrimonio(antico, giammai vecchio) inestimabile dell’uomo contemporaneo, che costituisce l’acme e lo zoccolo duro di questa fatica letteraria sarà annoverata tra i capolavori della letteratura italiana di tutti i tempi.                          
Sabrina Santamaria 
 

 

"Le sette parole di Maria"(I.R.I.S edizioni) di Francesco Terrone

Autore: Francesco Terrone
Titolo: Le sette parole di Maria
Casa editrice: I.R.I.S. Edizioni

(Recensione edita nel Bimestrale "Le Muse"-Ottobre 2020: Direttrice Maria Teresa Liuzzo, Vicedirettore Davide Borruto)

Le sette parole di Maria di Francesco Terrone

(a cura di Sabrina Santamaria)
Versi che bramano un amore autentico  dai  segreti anfratti  dell’infinito  non sono consuetudine di chi scrive, l’incommensurabile è meta degli eletti che si abbandonano alle loro elegiache o prosastiche elucubrazioni. Le pagine della letteratura contemporanea sono stracolme di espressioni ripetute, consuete e stereotipate, le poesie, spesso, sono carenti di sentimenti ed emozioni e i lettori rimangono con un senso di vuoto anche, subito dopo, essersi accostati. Il poeta Francesco Terrone cerca di scrivere testi carichi di contenuti e valori; egli si spinge ben oltre il mondo sensibile e la carnalità infatti l’ottundimento morale generato dal peso del nostro Io e del nostro corpo dovrebbe, quanto meno, trovare ostacoli, ma, in tantissime circostanze, l’immoralità pullula fra gli esseri umani. Il nostro autore, per certi versi, mediante la storia di Maria si discosta mentalmente dalle cattiverie di questo mondo, d’altro canto, però la magnificenza della beatitudine della Vergine potrebbe essere un mezzo di redenzione per l’umanità sempre più corrotta, d’altronde Maria è la prescelta da Dio perché è una donna pura, umile, mansueta e ubbidiente; le virtù di Maria madre di Gesù, sono l’esempio per antonomasia, soprattutto perché dimostrano che Dio Padre nei suoi infallibili disegni sceglie sempre uomini retti, mai stolti. Nella silloge “Le sette parole di Maria” il poeta tesse i suoi versi improntandoli sul miracolo più potente di tutti, ovvero quello della salvezza eterna dell’uomo attraverso la Crocifissione del Cristo, è come se l’autore raccontasse la grandezza del verbo che si è fatto carne come un sogno o una visione e il nostro allieta, così, i cuori dei lettori i quali, spesso, sono facili prede della morsa lacerante della frivolezza e pochezza di idee. Maria è protagonista della silloge tuttavia nell’ordito della trama ella non è la “Santa Vergine immacolata”, Terrone non la definisce neanche “Madre” bensì “mamma” dandole un epiteto che le conferisce un appellativo di donna quindi  l’imprescindibile umanità di Maria non viene trascurata o messa in secondo piano; questa scelta comporta una presa di responsabilità non solo da parte dell’autore, ma, innanzitutto, dei lettori, giacché l’umanità di Maria dovrebbe farci riflettere che in quanto donna era sottoposta alle nostre stesse passioni dunque, alla sua  stessa stregua, noi potremmo anelare alla purezza. Il titolo riprende la numerologia dantesca, noi sappiamo che il tre è il numero della trinità, è rappresenta la santità e Dante più volte nei suoi sonetti o nella Divina Commedia infatti il numero nove, in quanto multiplo del tre, è presente in molti elaborati danteschi; nel caso del nostro poeta il sette è l’aggettivo numerale cardinale che esemplifica al meglio gli attributi di Maria, come le virtù umane, tre sono teologali e quattro cardinali, tanto è vero che Terrone coglie i momenti esatti racchiusi nel Nuovo Testamento in cui Ella ha saputo dimostrare le sue virtù pronunciando delle frasi accorate e ripiene di ardore per l’opera di Dio e per il Suo progetto di salvezza. La trascendenza di Francesco Terrone è tangibile, il poeta è come un vaso che prende forma grazie al vasaio, egli desidera essere argilla affinché sia modellato dal Padre Eterno; egli non vuole affatto perdere la Fede in Cristo, unica ragione che, ancora, lo rende vivo e libero, in numerose poesie prevale in modo copioso il dolore, la sofferenza non solo personale, il suo pathos emotivo si frantuma in impercettibili frammenti, il poeta  è consapevole dell’enorme sfracello morale in cui l’uomo si sta imbattendo senza una via di fuga lontano da ogni barlume di pentimento la creatura umana non si convince di peccato e appare sempre più disinteressata all’amore divino mentre la corruzione avanza e l'uomo non accettando la sua miserabile condizione  non  si umilia al Redentore implorando il Suo perdono. Di fronte a questa umanità debole e dall’animo pusillanime la poetica di Francesco Terrone si erge come un grido possente, una luce che si scaglia contro le tenebre. In questa  notte disadorna di stelle al candore di una solitaria luna l’uomo può riscoprire i valori più autentici del vivere?  Chi insegnerà l’amore? Lo dimostrò Gesù Cristo in croce e lo strazio lacerato e lacerante del nostro poeta non ne è immemore. 
Sabrina Santamaria
 

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